La discesa

“Dalla base del diedro dritti fino in vetta”,

recitava la guida un po’ datata che avevo portato con me.

A quel tempo si conquistavano ancora le cime delle montagne.

La fatica della via era ripagata dalla soddisfazione dell’obiettivo raggiunto.

Ero stanco ma fiducioso che sarei riuscito a districarmela,

ancora una volta, tra dulfer, spaccate e incastri.

“Con l’età la forza diminuisce, ma la resistenza aumenta”,

dicevo tra me e me, prendendomi un po’ per il culo,

mentre provavo a mettere ordine nell’attrezzatura.

Se non c’è la gioia della conquista deve esserci quella della salita,

pensavo mentre trascinavo in su tutta la roba appesa alla cintura,

torturavo le dita in fessure sempre più piccole e

stritolavo i miei alluci dentro scarpette sempre troppo strette.

Alla fine del diedro non c’era nessuna vetta.

Un pianoro spoglio mi accolse, stanco e assetato.

Infilai tutto dentro lo zaino e mi avviai verso la discesa.

Era dolce. I miei piedi avevano ripreso a respirare,

mentre Il corpo mi lanciava segni di dolore.

Ad ogni passo rimbalzava nella mia mente un gesto, un movimento.

Avevo vissuto. Capii che era la discesa il luogo del piacere.

La forza di gravità non poteva più strapparmi dalla parete.

Tutto mi apparteneva e poteva essere pensato mille e mille volte ancora.

 

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